sabato 30 gennaio 2010
giovedì 28 gennaio 2010
lunedì 23 novembre 2009
specialità della casa
Fabrizio sbirciò l’orologio e aggrottò la fronte, indispettito.
Alzò gli occhi e si concentrò sul ponte: il metallo brillava nel sole del primo pomeriggio di un maggio assolato.
Alzò le spalle, con noncuranza, e si sedette sullo sgabellino.
Non gli piaceva particolarmente quel posto, ma decise che avrebbe fatto un’eccezione, visto che quel giorno era in ritardo.
Con maestria lanciò la lenza e un cerchio simmetrico fiorì sulla superficie.
Rimase a fissarlo finché non ridivenne acqua nell’acqua, senza forma.
Socchiuse gli occhi, godendosi il sole sulla pelle.
Ci andava tutti i giorni, Fabrizio, a pescare sul fiume dietro al ristorante, prima di iniziare a lavorare.
E poco importava se tornava col paniere vuoto, anzi, era meglio così, visto che, comunque, quel pesce non l’avrebbe mai mangiato.
Rilassò le membra, gli occhi fissi sulla mosca finta che saltellava allegra nella corrente.
Frustò l’aria con la mano, poi si immobilizzò.
Gli era sembrato di percepire un rumore, un suono lieve e indistinto, nel sottofondo quieto della natura.
Sondò con lo sguardo la riva del fiume: cespugli, acqua che sposava la terra in un abbraccio torbido, pulsante di girini e tafani e vento che giocava con le foglie; non c’era altro.
La canna da pesca vibrò nel palmo sudato della sua mano.
Fabrizio tese i muscoli delle braccia, opponendo resistenza.
Wooosshhhhhh.
Automaticamente lasciò la presa, e la canna tornò a essere un oggetto inanimato.
Era sicuro di non sbagliare: c’era qualcosa, intrecciato al suono del vento.
Qualcosa di raschiante, come una litania masticata a denti stretti.
Fece scorrere di nuovo lo sguardo lungo l’argine, mentre un disagio crescente gli irrigidiva i movimenti.
Wooosshhhhhh.
Sì alzò in piedi con uno scatto secco: lo sgabellino si rovesciò, catapultando una nuvola di polvere nell’aria.
- Chi c’è? - chiese, con la voce che si rifiutava di rimanere ferma.
Eccola, di nuovo, quella nenia, quella tavolozza indistinta di suoni che pareva espandersi ovunque come un cancro.
Lamenti, pensò Fabrizio, stordito dal sole che picchiava sempre più ferocemente e dallo sbalordimento.
La canna si piegò all’improvviso, scuotendosi nel supporto.
Il filo si tese, sollevando un miriade di schizzi.
Fabrizio lo seguì con gli occhi, fino a che non scomparve, alla fine della parabola discendente, al centro del fiume.
Fanculo, pensò gettandosi sulla canna, questo deve essere bello grosso.
Velocemente rimise lo sgabellino al suo posto e sfilò la canna dal supporto.
La forza che si trovò a contrastare gli scaricò un brivido adrenalinico lungo la colonna vertebrale.
Sorrise, pregustando la sfida.
Le mani divennero tutt’uno con la gomma che ricopriva il manico.
Iniziò a tirare, e, nello stesso istante, fu sicuro che qualcuno, vicino a lui, stesse piangendo.
Wooosshhhhhh.
- Signore, ha visto il mio cane?
Fabrizio sobbalzò per la sorpresa, la canna che pareva incollata alle mani, quasi fosse divenuta un’appendice del suo corpo.
La sagoma di una bambina, sfocata dalla calura, si stagliava sulla riva, a pochi metri da lui.
Era stata lei a parlare.
- Il tuo cane? - ripetè Fabrizio incredulo, con gli occhi fissi sulla figuretta, mentre il cuore pareva sfondargli la cassa toracica.
- Sì, il mio cane. L’ho perso, qualche giorno fa. A lui piaceva il fiume, ma non è più tornato.
Fabrizio, istintivamente, alzò gli occhi verso la cima della collina.
- No, non ho visto il tuo cane – balbettò, imbarazzato.
- Sei sicuro, signore?
- Certo – riprese lui piccato, scattando in avanti dopo uno strattone violento della canna, – e ora scusami.
Fabrizio tornò a concentrarsi sulla pesca: sulla tensione del filo, sulla presa delle sue mani, sul sudore che sentiva scivolargli silenzioso dalla fronte.
E su quel rumore.
Quel mugugno che faceva finta di ignorare.
- Io credo che tu lo sai, dov’è il mio cane – stava dicendo la bambina.
- No, non lo so
Uno strattone violento gli uccise le parole in gola.
Puntò i piedi, ma il terreno cedette sotto la forza che veniva dal fiume.
Prima di finire in acqua, Fabrizio masticò bestemmie e preghiere.
Lanciò un ultimo sguardo al ristorante e quasi gli parve di sentire lo scalpiccio spaventato delle zampe, l’odore del sangue e il rumore molliccio della lama che affondava nella carne.
Un coro di latrati s’alzò nell’aria, e, quando Fabrizio s’avvicinò al gorgo scuro che ribolliva in mezzo al fiume, vide bocche dai canini acuminati e umide di bava che l’attendevano.
Come se l’acqua avesse rigenerato i poveri resti.
Fu l’ultimo pensiero.
La bambina rimase a osservare il fiume, il gorgoglio furioso della spuma nera.
Una lacrima pigra rotolò sulla guancia paffuta.
Le era sembrato di riconoscere Buck, nel gorgo in mezzo al fiume.
Solo che non era come se lo ricordava, ora le faceva quasi paura.
Un cappello da cuoco apparve laddove il pescatore era scomparso; la bambina l’osservò, mentre quello, indolente, proseguiva la sua corsa verso il mare.




